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CRONACA

Venerdì 07 Febbraio 2020 16:00

OPERAZIONE STRISCIA-FURBETTI DEL CARTELLINO. LE MOTIVAZIONI DELL’ASSOLUZIONE

Nei giorni scorsi, la Seconda Sezione Penale della Corte di Appello di Catanzaro, ha reso note le motivazioni della sentenza con la quale, nell’ambito della cd Operazione “Striscia” – furbetti del cartellino – la sig.ra Maria Carmela Mariano, terapista presso l’Ospedale di Praia a Mare, già imputata del reato di truffa aggravata e interruzione di pubblico servizio, veniva assolta con formula piena, perché il fatto non sussiste. Contrariamente alla richiesta di condanna del Procuratore Generale, sono state interamente accolte e recepite, in motivazione, le articolate argomentazioni difensive illustrate, nella discussione del 7 novembre scorso, dai difensori della donna, gli avvocati Francesco Liserre e Giancarlo Mariano del Foro di Paola. L’attività di indagine della GDF di Scalea, ricordiamo, si articolava nell’acquisizione della documentazione prodotta dall’allora Direttore del Distretto Territoriale Praia –Scalea e nell’effettuazione di circa 10.000 videoriprese per verificare le relative timbrature dei cartellini. Successivamente, la signora Mariano, unitamente ad altri 23 coimputati, veniva rinviata a giudizio per i reati di concorso in truffa aggravata e concorso in interruzione di pubblico servizio. Gli avvocati Liserre e Mariano, espletavano complesse indagini difensive che dimostravano, agevolmente, l’effettiva presenza della loro assistita sui luoghi di lavoro e, pertanto, l’assoluta insussistenza dei reati contestati, indipendentemente dalle asserite irregolarità amministrative delle timbrature dei cartellini marcatempo. Ed è proprio il percorso argomentativo tracciato dagli avvocati Liserre e Mariano a sorreggere le motivazioni assolutorie della Corte catanzarese. In particolare, i Giudici d’Appello ritengono che non ci siano, nell’impugnata sentenza di condanna emessa a seguito della celebrazione dell’unico rito abbreviato, “elementi oggettivi per affermare, se non surrettiziamente e in maniera del tutto apodittica, che la Mariano non abbia prestato attività di servizio o, piuttosto, abbia attestato la sua presenza in ufficio… L’illogicità del dato investigativo appare evidente anche sotto altro profilo: è privo di senso logico, infatti, che due soggetti timbrino, a distanza di pochi minuti, vicendevolmente, l’uno per l’altro. Inoltre, dall’attività di indagine difensiva espletata dalla difesa, emerge per tabulas che l’imputata Mariano Maria Carmela ha espletato attività anche all’esterno della struttura. Del resto, la Cnr tace in toto sul punto. Il che induce a ritenere che la stessa si trovasse sul posto di lavoro. Tale vulnus probatorio già di per sé induce a ritenere non raggiunta la prova della contestata truffa. Tuttavia, l’inconfigurabilità del reato ascritto all’imputata rileva anche sotto altro profilo. Il presunto danno arrecato, non è quantificato dagli investigatori e non è quantificabile allo stato. In tal senso, è condiviso il principio di diritto richiamato anche dal ricorrente secondo il quale la falsa attestazione del pubblico dipendente circa la presenza in ufficio riportata sui cartellini marcatempo o nei fogli di presenza, è condotta fraudolenta, idonea oggettivamente ad indurre in errore l'Amministrazione di appartenenza circa la presenza su luogo di lavoro, ed integra il reato di truffa aggravata, ove il pubblico dipendente si allontani senza far risultare, mediante timbratura del cartellino o della scheda magnetica, i periodi di assenza, sempre che siano da considerare economicamente apprezzabili”. Da qui, l’assoluzione dell’imputata, ai sensi del primo comma dell’art. 530 cpp, perché il fatto non sussiste.

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